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Al quinto giorno di lavoro, Gaetano lo trovò chiuso nel bagno chimico. Si era rifugiato lì. Bussò. Lui rispose con le lacrime che gli bagnavano le poche sillabe che attraversavano quella porta di plastica maleodorante. Negli occhi aveva la stessa paura di quando aveva smarrito la strada nella megalopoli sconosciuta, in piena notte, con lo smartphone scarico e nessun passante che gli potesse dare indicazioni. Era arrivato in cantiere il terzo lunedì di aprile, fiero e orgoglioso del suo nuovo lavoro. Subentrava a un operaio specializzato in particolari mansioni che era andato via prima del suo arrivo. Non c’era stato un passaggio di consegne. In quei primi cinque giorni gli erano stati affidati lavori sui quali non aveva istruzioni e per i quali i suoi colleghi sapevano solo in parte come aiutarlo. In quei primi cinque giorni era stato travolto da una parola, la stessa parola ripetuta per enne volte al giorno: urgente. Mentre prendeva dimestichezza con il suo nuovo ruolo, mentre era dedito a portare a compimento il compito da eseguire con urgenza, assegnato solo un’ora prima, subentrava un’ulteriore urgenza. Così, per tutta la giornata. Così per tutte le sue prime cinque giornate di lavoro. Alle 13,45 del venerdì dopo la pausa pranzo, non aveva più retto.

Gregor non è un caso isolato. Situazioni come la sua fatte di carichi di lavoro, orari prolungati, scarsa chiarezza dei ruoli, inesistenza di processi definiti, assenza di supporto, autonomia, sono sempre più diffuse, con forti ripercussioni sulla sfera psicologica e sociale. Un rischio pari a quello in cui si incorre se si opera in condizioni di scarsa sicurezza o senza indossare i dispositivi antinfortunistici adeguati. Il tema è di tale rilevanza che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) lo ha proposto come riflessione centrale della Giornata Mondiale della Salute e Sicurezza sul Lavoro celebrata lo scorso 28 aprile.

“Quando i fattori psicosociali danneggiano i lavoratori, questi fattori diventano rischi che, insieme a quelli fisici, chimici e biologici, devono essere affrontati e gestiti per garantire ambienti di lavoro sicuri e salubri”, si legge sulla documentazione diffusa dall’OIL. I numeri parlano di 840.000 decessi l’anno in tutto il mondo correlati ai rischi psicosociali sul lavoro che si manifestano in malattie cardiovascolari e disturbi mentali, incluso il suicidio. In questo dato sono escluse tutte le patologie che possono insorgere a causa di un sistema immunitario indebolito dallo stress. Il 40% dei lavoratori italiani, come afferma un recente studio dell’Agenzia Europea per la Sicurezza e Salute sul Lavoro, denuncia di vivere uno stato di malessere lavorativo. “La sua soddisfazione è il nostro miglior premio” ripeteva ostinatamente il dott. Thomas all’operaio interpretato da Lino Banfi, con i nervi messi alle corde per il sovraccarico di operazioni da eseguire senza una precisa priorità.

Il fenomeno è attenzionato dal settore degli appalti pubblici che già dal precedente codice avevano introdotto la “clausola sociale”. Si tratta di uno strumento finalizzato a privilegiare le aziende che rispettano determinati standard di protezione sociale dei lavoratori. Il problema tuttavia persiste. Come ha affermato il Presidente dell’ANAC Giuseppe Busia proprio alla vigilia del 28 aprile, “i rischi maggiori si annidano nei subappalti, soprattutto quando si moltiplicano “a cascata”, erodendo trasparenza e responsabilità”.

“Come va al lavoro?” è la provocazione lanciata dall’OIL. La risposta non dipende dal lavoro svolto e nemmeno da quanto sia remunerato. In una tavola rotonda promossa dal Ministero della Salute nel 2023 era emerso che “l’80% delle persone che lavorano in azienda dichiara di preferire più benessere mentale a uno stipendio più alto”. Insomma, il benessere non ha valore. Non lo si può monetizzare. Idea sulla quale, evidentemente, poggia la sentenza del Consiglio di Stato n. 3209/2026 del 24 aprile. I giudici hanno affermato che non è ammissibile l’applicazione di un contratto di lavoro che non garantisce le stesse tutele di quello stabilito nel bando di gara anche nel caso in cui l’impresa aggiudicataria colmi la differenza del trattamento economico a favore dei propri dipendenti riconoscendoli un superminimo. Diversamente, il rischio sarebbe quello di “ammettere Ccnl strutturalmente meno protettivi, purché accompagnati da correttivi retributivi”, commentano su IlSole24Ore Giada Benincasa e Michele Tiraboschi.

Il principio di “appalti pubblici socialmente responsabili” si pone a tutela di un lavoro dignitoso, sul piano del conferimento di stipendi adeguati, certo, ma anche sul fronte di una piena umanizzazione del lavoro. Nelle linee guida diffuse dall’Unione Europea si afferma che le stazioni appaltanti “possono promuovere opportunità di lavoro, il miglioramento del livello di competenze e la riqualificazione della forza lavoro, condizioni di lavoro dignitose, l’inclusione sociale, la parità di genere e la non discriminazione, l’accessibilità, una progettazione adeguata per tutti, il commercio etico, nonché cercare di conseguire un rispetto più ampio degli standard sociali”. Una nobile ambizione con una piccola incrinatura che potrebbe determinarne la totale inefficacia: quel “possono” che andrebbe sostituito con un “devono”.

Il lavoro sta subendo una metamorfosi. L’utilizzo delle nuove tecnologie, l’intelligenza artificiale, i cambiamenti climatici, l’instabilità geopolitica. Sono tutti fattori che stanno cambiando pelle al lavoro. Dentro quella pelle che muta però ci sono ancora delle persone con le proprie vite, i propri sentimenti, le proprie ambizioni. Non possono essere svendute alla molteplicità delle richieste, all’accumulo delle urgenze a una disorganizzazione cronica che non conosce la differenza tra urgenze e priorità, a stipendi non adeguati. Il rischio è di finire per rivivere l’esperienza di Gregor Samsa che “svegliandosi una mattina da sogni agitati si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo”.

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Dott. Enzo de Gennaro
Direttore Responsabile