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Primo dicembre. Ore 12e30. La Commissione Giudicatrice si riunisce per assegnare un appalto di estrema delicatezza, dalla cui esecuzione dipende l’integrità fisica, e talvolta la vita, di centinaia di persone. Oggetto dell’appalto non è la realizzazione di un ponte o di una diga, di una linea ferroviaria o di uno stadio. La gara di cui vi parliamo non è stata bandita per la realizzazione di un’opera materiale. Non è nemmeno l’ingente capitale da investire a captare la nostra attenzione. Si tratta dell’affidamento di un servizio. Base d’asta 992mila euro. Materia della gara è la gestione di un call center. Un servizio che risponde al numero gratuito di pubblica utilità 1522. Il numero nazionale antiviolenza e antistalking.

L’omicidio di Giulia Cecchettin pare abbia svegliato l’opinione pubblica da un torpore che per troppo tempo ha narcotizzato le discussioni su un tema che quasi quotidianamente occupa le pagine di cronaca. Se ne discute, si organizzano fiaccolate “in memoria di”, ma il movimento sorto all’indomani del ritrovamento del corpo della 22enne di Vigonovo sembra avere più forza di quanto sia mai accaduto prima. La distanza tra il giorno della scomparsa della ragazza e quello del ritrovamento del suo corpo, hanno alimentato speranze. Abbiamo tutti auspicato a un lieto fine. Abbiamo fatto “il tifo” per lei. Il nome di Giulia ce lo porteremo dentro per sempre. Come quello di Alfredino Rampi la cui sorte abbiamo seguito nelle lunghe dirette RAI, sperando nel suo recupero dal fondo di quel pozzo. Anche Giulia è finita nel buio di un pozzo dal quale non è più emersa. Quello della violenza perpetrata dal suo ex ragazzo. Di cui aveva fiducia. Che mai avrebbe pensato potesse arrivare a tanto.

Alla Commissione riunitasi per vagliare carte, documenti, certificati, l’arduo compito di dover assegnare l’espletamento di un servizio senza disporre di alcun margine di errore. L’appalto affidato con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa individuata sulla base del miglior rapporto qualità/prezzo, ha come oggetto, nello specifico, il “servizio di gestione del call center […] e dei connessi servizi di formazione, comunicazione, promozione, informazione, monitoraggio, reporting, elaborazioni statistiche, aggiornamento della mappatura dei centri antiviolenza e della case rifugio – nonché del servizio di gestione dell’infrastruttura tecnologica e dei canali informativi correlati”.

Il 1522 viene contattato normalmente circa 200 volte al giorno. Un numero più che raddoppiato dopo il 18 novembre scorso. Attivo 24 ore su 24, in undici lingue, è l’avamposto di una serie di servizi che possono essere attivati per assistere le donne vittime della violenza da parte dell’uomo. Tutto deve essere funzionante. Sempre. Non è pensabile che una chiamata resti inascoltata per motivi tecnici o di gestione del personale. Fa paura leggere l’articolo 3 della determina della gara d’appalto in cui si enunciano le conseguenze di una inadeguatezza dell’aggiudicatario. Non sono immaginabili le conseguenze che potrebbero riversarsi sulle richieste di aiuto nel caso in cui l’aggiudicatario non provveda all’erogazione del servizio o si renda responsabile di inadempimenti e inefficienze dei servizi offerti. Tutto questo, si spera, resti racchiuso nell’alveolo delle possibilità.

Chi propone la propria candidatura per l’erogazione di un servizio di tale importanza non può essere esclusivamente allettato dai 992mila euro di base d’asta per i 24 mesi in cui sarà tenuto a onorare l’impegno. Questa non può essere solo un’operazione economica. Ci piace pensare allo spirito di servizio con il quale l’aggiudicatario di questo e di tutti gli appalti che riguardano il sociale, svolgerà, giorno dopo giorno, ora dopo ora, la propria attività imprenditoriale in un’azione che abbia i connotati di una missione.

La violenza di genere è per l’OMS il principale problema di salute pubblica. In quanto problema di natura pubblica, spetta alla Pubblica Amministrazione farsene carico: finanziare il 1522 e la rete di case protette e case rifugio. Ma questi sono i luoghi della cura di un male che invece deve essere affrontato con determinazione nel perimetro della prevenzione. La violenza contro le donne è l’eredità di un malcostume culturale che può essere vinto solo con l’educazione all’affettività. Lo spiega chiaramente Vinicio Capossela con Margherita Vicario cantando “Son stati i padri, è stato il sacrificio/Son stati i rifiuti a cui non si è educati/È stata la cattiva educazione/Che non ha mai insegnato l’emozione”. Ed è ancora lo Stato a essere chiamato in causa. E’ un problema di educazione. Si deve agire nelle scuole di tutti i livelli e grado finanziando percorsi educativi con l’ausilio di esperti e testimonianze.

Ci dovranno sempre essere fondi a disposizione per appaltare iniziative di questa caratura. Anzi, devono essere drasticamente integrati con maggiori disponibilità. Alla prevenzione, denuncia Action Aid in un report pubblicato a novembre, nel periodo 2020-2023 è stato destinato solo 12% dei delle risorse che complessivamente ammontano a 248,8milioni di euro. “Il cambiamento culturale tanto invocato dalle forze politiche della vecchia e della nuova legislatura non è attuabile a costo zero per le casse dello Stato”, si legge nel documento di Action Aid che chiede che ogni anno le risorse con le quali finanziare servizi, realizzare strutture di accoglienza, eseguirne le manutenzioni ed organizzarne la gestione, siano stabiliti per legge. In via definitiva. Che non siano il risultato di decisioni dettate da esigenze di bilancio. È un invito ad affrontare il fenomeno con procedure e risorse certe. Inamovibili. Lo si deve alle tante vittime che fino a oggi abbiamo dovuto registrare e alle donne che anche in questo momento stanno affrontando gravi esperienze di violenza di genere.

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Dott. Enzo de Gennaro
Direttore Responsabile
mediagraphic assistenza tecnico legale e soluzioni per l'innovazione p.a.