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Dimmi la verità, qual è il primo pensiero che associ quando ti parlano di appalti pubblici? Anche tu, corruzione! Non mi meraviglia. È da quando abbiamo imparato a seguire le notizie di cronaca che ne sentiamo parlare. Abbiamo vissuto il travolgente periodo dei primi anni novanta. Tangentopoli portò alla luce quella fitta rete di intrighi sulla quale si reggeva il sistema amministrativo. L’Italia era scandalizzata. Frastornata dall’esito delle indagini che giorno dopo giorno mettevano allo scoperto nomi illustri e pratiche indecenti. Ma lo era veramente?

All’epoca non veniva ancora stilato l’indice di percezione della corruzione. Sarebbe stato messo appunto da Trasparency Interntional qualche anno più tardi. Se ci fosse stato, ne siamo certi, il risultato avrebbe mostrato che gli italiani percepivano vividamente le trame che si tessevano all’ombra della legalità. Lo sdegno si diffuse ovunque. Ma era l’espressione di un sentimento appena coniato? Fu in quel momento che gli italiani si avvidero dell’esistenza della corruzione? Si può immaginare che fino a quel momento ne fossimo ingenuamente all’oscuro? La realtà è che tutti sapevano e che l’irruzione di Antonio Di Pietro e dei carabinieri nell’ufficio di Mario Chiesa, quel 17 febbraio 1992, avviando una stagione di arresti, perquisizioni, confische, fece da spartiacque: da quel momento in poi ci si poteva affrancare da decenni di silenzio. Finalmente si era liberi, autorizzati a poter esprimere il malcontento, la delusione, la rabbia nei confronti di un sistema corrotto che in un clima di omertà collettiva aveva dilagato per tutto il secolo. Quello sprezzo che accumunò milioni di italiani non era conseguenza della presa di coscienza di una realtà sommersa, era un atto liberatorio nei confronti di una situazione che tutti sapevano e che tutti tacevano.

Ogni anno Trasparency stila un documento nel quale raccoglie dati sul modo in cui le popolazioni dei paesi aderenti percepiscono la corruzione. Oggi, dopo gli arresti e le indagini che da allora non hanno mai smesso di rimpinguare le pagine dei giornali, dopo le leggi anticorruzione approvate dalle diverse legislature, gli italiani reagiscono con meno risentimento alla notizia “richiesta di una tangente per l’assegnazione di un appalto”. Fa parte del quotidiano. Non dovrebbe. Ma è così. Un atteggiamento pericoloso perché tutti dobbiamo sentirci coinvolti nell’opporci a questa piaga. Nessuno deve dimostrarsi ritroso e indifferente perché come affermava il prof. Guido Melis in una lezione universitaria del 2017 presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma, la corruzione è pericolosa quando “piuttosto che indurre a mettere in opera rimedi, essa viene fatalisticamente accettata come una ineliminabile e in certo senso quasi necessaria componente del funzionamento delle istituzioni. E’ appunto questa inerzia delle classi dirigenti, ma anche questa assuefazione dell’opinione pubblica, l’elemento più preoccupante; ed è per l’appunto questa passività che emerge periodicamente nella storia della corruzione dell’Italia unita”.

A 32 anni dalle prime inchieste l’Italia fa i conti con un sistema di corruzioni ancora solido. La percezione misurata da Trasparency International ci pone in una posizione di classifica ancora troppo bassa per un paese che intende rivestire un ruolo da protagonista sullo scenario internazionale. Siamo al 42° posto su un totale di 180 paesi esaminati. Con un punteggio che da tre anni è fermo a 56, siamo al 17° posto nel gruppo ristretto dei 27 paesi dell’UE.

In questi anni sono stati fatti passi da gigante nell’angusto proposito di debellare il fenomeno corruzione ma la strada da percorrere è ancora lunga e impervia. A ostacolare il salto di qualità è la forte presenza nel nostro paese di una criminalità organizzata molto coriacea. Il Ministero dell’Interno ha di recente diffuso questo dato: nel 2023 il 34% degli appalti è stato interdetto perché assegnato a imprese sospettate di essere oggetto di infiltrazione mafiosa. Questi numeri affossano anche i più ottimisti. Dimostrano che senza debellare le mafie non si riuscirà ad asportare la corruzione.

Contro la corruzione si deve fare fronte comune. Combatterla non è esclusiva prerogativa dello Stato. Coinvolge ogni singolo cittadino. Perché il denaro sperperato è denaro pubblico e quindi appartenente a ognuno di noi, perché come ha detto il Presidente dell’ANAC Giuseppe Busia in occasione dell’evento organizzato da Trasparency International Italia, “combattere la corruzione restituisce una società che può crescere di più, che è più sana, in cui si sta meglio, che è in grado di attirare ricchezza”.

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Dott. Enzo de Gennaro
Direttore Responsabile
mediagraphic assistenza tecnico legale e soluzioni per l'innovazione p.a.