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( votes)Tutt’intorno era scomparso nel fragore della polvere. L’ultima scossa venne e si portò via secoli di preghiere, riti religiosi, tradizioni popolari, opere d’arte. Uno sguardo fugace avrebbe potuto giurare che l’edificio era salvo. Era stato risparmiato. Un occhio attento invece s’avvide che quelle pietre che fissavano la piazza nascondevano la devastazione. Erano una maschera, l’unica ammessa nella vita, secondo la poetessa Alda Merini, quella che serve a “nascondere il proprio dolore […] per non perdere la propria dignità”. Così, la facciata bianca e ritta ostentava la sua bellezza per schermare una desolante realtà. Dopo il trambusto, dopo che ci si assicurò che non c’erano vittime, ci si rese conto che la basilica, oltre la facciata, non esisteva più.
La sequenza sismica, iniziata nell’agosto 2016 e perpetratasi fino al gennaio dell’anno successivo nel centro Italia, ha devastato oltre cinque mila edifici pubblici, quattro mila chiese, migliaia di abitazioni private. La ricostruzione è ancora in corso. Tra le opere concluse, la chiesa di Norcia, riaperta ai fedeli a nove anni esatti dal terremoto: il 31 ottobre scorso nel duomo dedicato a San Benedetto si è tornato a dir messa. Una storia a lieto fine. Tante altre storie del finale non hanno alcuna percezione.
Nell’agosto scorso, l’Autorità Nazionale Anticorruzione, per voce del presidente Giuseppe Busia, ha ribadito “l’impegno costante a fianco delle amministrazioni per evitare infiltrazioni e garantire la regolarità”. È di fine giugno la sottoscrizione di un protocollo di intesa tra Commissario straordinario del Governo e Struttura per la prevenzione antimafia del Viminale che prevede di “rafforzare le misure di prevenzione contro le infiltrazioni mafiose nei cantieri della ricostruzione pubblica e privata con contribuzione pubblica attivi nei territori colpiti dagli eventi sismici del 2016”.
Questi due interventi che manifestano l’impegno attuale e futuro delle autorità nel preservare l’integrità delle procedure d’appalto confermano che la ricostruzione non è omogenea. Vive di fasi differenti per ogni specifico caso. Ci sono cantieri che si chiudono ed altri che non sono stati ancora affidati. L’entità del disastro giustifica in parte la dilatazione di questo tempo che chiamiamo “ricostruzione”. Un tempo lento, nel quale si sono sovrapposti fattori che non hanno giovato alla celerità. Anzi, hanno aggiunto elementi di incertezza che le stazioni appaltanti stentano a gestire. Ricordiamolo, si tratta di piccole realtà locali che spesso non vantano in organico personale con una formazione specifica in materia di appalti pubblici. Materia che negli ultimi anni è stata sottoposta a riforme e correttivi che richiedono un costante lavoro di aggiornamento. È stata questa evoluzione normativa che ha di frequente costretto taluni enti locali a far ricorso al supporto dell’ANAC. Nel documento di agosto, l’Agenzia fa sapere che in questi anni “sono state formulate numerose osservazioni, motivate da carenze, disallineamenti e incoerenze nei dati, nelle informazioni e nelle clausole e condizioni contenute nei vari documenti di gara, che in assenza del controllo preventivo avrebbero potuto comportare controversie e contenziosi, con allungamento delle tempistiche di affidamento e ritardi nell’attuazione degli interventi”.
E nelle more della ricostruzione, cosa succede? Accade che il territorio del cratere si impoverisce. La gente va via. I centri abitati si svuotano. Appena dopo lo sciame sismico lo spopolamento ha fatto registrare cifre vertiginose. Uno studio del CRESME fa notare che nel periodo 2016-2019 l’abbandono della propria terra natale ha coinvolto 153.000 residenti. La perdita della propria abitazione, la distruzione delle infrastrutture hanno costretto all’esodo da un territorio che stava già vivendo un processo di svuotamento. I numeri sono migliorati con la ricostruzione. Nelle zone in cui è in una fase avanzata, la gente sta tornando.
A Norcia il profumo di incenso sale tra i banchi della basilica di San Benedetto. Ha preso il posto della polvere e degli odori dei materiali serviti per ricostruirla. Norcia, che è tra i centri in cui la ricostruzione è a buon punto, si sta ripopolando. Chi è andato via per necessità, rientra per scelta. Sceglie le proprie origini, le proprie radici.
Si comprende così che ricostruire non è solo un lavoro edile. Le maestranze non edificano solo mura e tetti ma anche speranze, sogni, l’avvenire. Un futuro nel quale un posto, le tradizioni, la storia, la cultura siano salvi. In cui, come afferma l’antropologo Vito Teti, si possa avere il “diritto di restare nei luoghi in cui si è nati”. Ogni gara d’appalto che prevede la realizzazione o il ripristino di una strada, di una scuola, di un ospedale, di un centro sportivo, starà contribuendo a far valere questo diritto al non andar via che Teti chiama “restanza”.
