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Lei parlava. Lui annuiva. Ma pensava ad altro. Lei insisteva, indugiava su quegli aspetti che riteneva dovessero essere affrontati con urgenza. Lo guardava fisso negli occhi, ma i suoi occhi erano fissi nel vuoto. A lui, quella voce arrivava fievole come se pronunciasse quelle parole da lontano, come se ci fosse una porta chiusa tra quelle labbra e le sue orecchie, tra la concitazione di lei e la flemma di lui. Tra l’emergenza e l’azione. Continuò a parlargli per anni. Quando tacque, lo fece perché ormai non c’era più nulla da dire. Quel che doveva accadere accadde. Lei lo sapeva da sempre, lui da sempre la ignorò. E il disastro per cui aveva speso così tante parole, prese quelle parole e ne fece cartastraccia.

Cartastraccia, come tutti i segnali che gli anni, i secoli, hanno provato a lanciare ma che nessuno ha saputo o voluto cogliere. Ed ora che la roccia fa quello che inevitabilmente avrebbe fatto, frantumarsi, cadere di sotto, portarsi via strade, case, chiese, sacrifici, ricordi, ci si scopre sorpresi e impreparati.

Niscemi sta franando dopo che la Sicilia è stata attraversata dalla violenza del ciclone Harry. Falso! Niscemi sta franando perché costruita su un’area geologicamente instabile. Appare irritato, parla a muso duro contro gli amministratori pubblici Mario Tozzi interpellato per esprimere il suo punto di vista. Il geologo va dritto al punto, all’origine di tutti i mali: l’ignoranza. Non sapere su cosa si costruisce è il peccato originale. Sotto accusa c’è chi ha costruito e chi ha dato il permesso di farlo in luoghi non adatti.  Nei commenti di Tozzi ci finiscono anche le opere pubbliche realizzate dove non si sarebbe dovuto: installare una strada in una determinata zona può essere destabilizzante per un territorio come quello italiano che, come ricorda Tozzi, essendo giovane, è soggetto a rischio sismico, vulcanico e idrogeologico. La conoscenza della geologia avrebbe evitato casi come quello di Niscemi.

Solo pochi giorni prima di quel 25 gennaio, il 18, su LA7, Aldo Cazzullo nel suo “Una giornata particolare” rammentava quanto accaduto nella notte del 9 ottobre 1963: il disastro del Vajont. Nelle parole con cui introduce il suo racconto ricorda quell’evento come “un monito al paese che corre verso il progresso. È il tempo in cui il paese sogna, costruisce, consuma, ma è anche il tempo in cui dimentica di ascoltare le montagne, di rispettare i fiumi, di temere la natura”. La natura va conosciuta, nella conoscenza c’è la prevenzione.

Quel che chiede Tozzi è proprio questo: conoscere i territori; là dove la geologia afferma che quel terreno non è idoneo per l’edificazione, non si deve realizzare alcuna opera. “Nelle zone a rischio – dice Tozzi – il consumo di suolo deve essere zero” e invoca una legge che vieti la costruzione nelle aree pericolose.

Niscemi è in una zona pericolosa. Lo è da tempi remoti. Non lo è diventata con la complicità delle ultime piogge. La prima frana di cui si ha memoria risale al 1790. Nel 1997 si verificò una situazione del tutto simile a quella dello scorso 25 gennaio. In questi ventinove anni sono stati stanziati milioni di euro per la realizzazione di opere pubbliche urgenti per la messa in sicurezza di Niscemi. La gestione delle gare di appalto è stata desolante: mai un euro è stato realmente speso. Nulla è stato fatto anche con l’opportunità di avviare opere pubbliche con i fondi del PNRR. Per Niscemi non è stato presentato alcun progetto.

Ed ora? Siatene certi, altri fondi saranno stanziati; ma a quale scopo? Siamo tutti d’accordo che sia ancora opportuno avviare gare d’appalto che contemplino esclusivamente la messa in sicurezza dell’altopiano? L’instabilità di quei luoghi dovrebbe dissuadere chi ci vive a continuare ad abitarci. Sarebbe più sicuro per tutti investire i fondi che arriveranno per la realizzazione di una Nuova Niscemi, lontana da una zona rossa destinata ad estendersi. Non sarebbe il primo caso. In passato altre comunità hanno dovuto abbandonare il luogo di origine perché sorgeva in un’area pericolosa: Balestrino, Craco, Consonno, sono solo alcuni esempi.

Nell’editoriale del numero di dicembre abbiamo elogiato la restanza, il diritto a restare nel paese di origine, in questo caso, ahimé, dobbiamo ammettere che far valere tale diritto non è esattamente la cosa più sensata. Gli appalti pubblici devono essere promossi con l’auspicio di creare valore sociale ed economico. Adoperarsi per mettere in sicurezza Niscemi; è davvero questa la soluzione? È evidente che qualcosa va fatto per contenere lo scivolamento a valle del centro abitato ma, come sostengono i geologi e la protezione civile, il futuro di Niscemi è la delocalizzazione. Si tratta di un’operazione di vasta portata ma che proprio per questa va attivata in tempi stretti. Chi ha perso la casa, chi la vedrà scivolare nel fronte di frana che avanza, ha il diritto di tornare ad avere un tetto, l’intimità di un luogo nel quale vivere con la propria famiglia. I tempi per appaltare e realizzare nuovi edifici, infrastrutture di urbanizzazione primaria e secondaria non sono brevi. E la voce di chi sostiene tale soluzione appare debole, qualcuno le dedica poche e distratte attenzioni, quasi tutti la ignorano. Ogni disastro ha la sua Cassandra; vogliamo continuare ad alimentare il mito?

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Dott. Enzo de Gennaro
Direttore Responsabile