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( votes)Sei davvero così attento all’ambiente come dici di essere? Così tanto che, transitando per Sandvikens Torggate, fermeresti l’auto per raccogliere quel foglio di carta sull’asfalto e riporlo nell’apposito cassonetto? Vero? Arriveresti a questo? Bene. Dovremmo averlo tutti questo senso civico.
E se fossi un imprenditore come gestiresti il tuo ciclo produttivo? Come, la tua azienda sarebbe di certo eco-friendly, a impatto zero, green? E saresti in grado di dimostrarlo?
Professare di “essere” non ha alcuna garanzia sull’esserlo nei fatti. Si apprezza qualcuno per certe qualità non perché dice di esserne dotato ma perché è nell’atto pratico che lo attesta. “Facta, non verba”, dicevano i latini. A volte chi vanta aspetti del proprio carattere o del proprio agire, lo fa per cucirsi addosso un abito che nasconde l’esatto contrario. Insomma, “l’abito non fa il monaco”. La letteratura è piena di personaggi del genere: Tartufo di Moliere, Lelio di Goldoni, Julien Sorel di Stendhal. E la storia? Robespierre, Filippo VI di Francia, Papa Alessandro VI.
Dal 27 settembre scorso, non basta dire di essere ecosostenibili per “aggiudicarsi” tutti i benefici che tale status comporta. È necessario che le dichiarazioni, i bollini, i marchi siano sostenuti da certificazioni rilasciate da istituti terzi. È la conseguenza dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 30 del 20 febbraio 2026, conosciuto come “green washing”. Recependo la direttiva europea 2024/825, con il green washing si intende procedere contro le asserzioni ambientali ingannevoli, equiparate a pratiche commerciali scorrette.
Il D.Lgs. 30/2026 ha influenza esclusivamente nel rapporto tra venditori e consumatori. Non si applica alle imprese che operano con le Pubbliche Amministrazioni. In tale ambito operano i criteri ambientali minimi (CAM), definiti in sede di stesura di un bando di gara per individuare i requisiti di sostenibilità dei beni o dei servizi di cui un Ente intende fornirsi. Ma è possibile che questa dicotomia sia davvero così rigida? Potrebbero verificarsi situazioni in cui il green washing travalichi la sfera del rapporto tra privati per sconfinare nel pubblico? In maniera indiretta potrebbe accadere.
Supponiamo che un operatore economico che partecipa a una gara d’appalto per la fornitura di beni sia in regola con i CAM. Tuttavia, quegli stessi beni sono pubblicizzati dal produttore declamando qualità ecologiche di cui in realtà non possiede alcuna attestazione. In via indiretta si è verificato un caso riconducibile al green washing nei confronti della stazione appaltante? Fermo restando il rispetto dei CAM, le conseguenze delle dichiarazioni mendaci del produttore sarebbero misurabili in relazione al peso che la falsa caratteristica ambientale ha avuto sull’assegnazione della commessa.
In uno scenario del genere le pubbliche amministrazioni dovrebbero estendere l’ambito di indagine sulla regolarità delle procedure lungo tutta la filiera del bene che si sta acquistando. Non sarebbero più sufficienti le garanzie prodotte dal fornitore. Esso stesso potrebbe essere vittima di green washing. L’irregolarità, epidemica, si diffonderebbe da un soggetto all’altro. Chi opera negli uffici “gare e contratti” dovranno avere lo sguardo lungo fino a curiosare tra claim e slogan pubblicitari che possano nascondere pratiche commerciali fraudolenti.
Con l’emergenza climatica in corso abbiamo solo una scelta. Un ossimoro, un paradosso che ci costringe a non abbassare mai la guardia, a non permettere trasgressioni. Il green washing solleva dubbi sull’onestà dei produttori. Individuare un caso di falsi prodotti ecologici, boicottare il trasgressore, denunciarlo, è come raccogliere quel foglio di carta che Zalone davanti allo sguardo sbalordito dei genitori raccatta in “Quo Vado?”. E noi, dove andiamo? Nella direzione giusta? Se non la seguiamo tutti, qualsiasi sia il nostro ruolo sociale, come singoli cittadini o come responsabili di una pubblica amministrazione, lo sforzo potrebbe essere inutile.
